lunedì 8 febbraio 2010
venerdì 22 gennaio 2010
Le nostre gioie con le nostre pene
Ci si perderebbe nelle mille mirabolanti gesta, a volte eroiche, a volte molto poco eroiche, di un progetto che poteva essere da subito ciò che è diventato ora, e in cui sono transitate tante persone e alcuni musicisti. Mille piccole cose di cui potevamo fare a meno ed altre di cui non faremo mai a meno.
Si comincerebbe dal bellissimo Omnia B, lo studio dove l'indistruttibile Paolo Mauri ha registrato le prime take di batteria, fra un'intervista pre Sanremese di Manuel Agnelli e i bellissimi marchingegni che Tommy Colliva smonta e rimonta mentre olia la sua (… i suoi) Calibro 35.
Si finirebbe nel bel mezzo di quel Naviglio che in una canzone molto sincera Cesare Basile definì 'da espiare', e che sfiora Corsico e poi Gaggiano, un tempo paradisi massacranti di cascine, eremi di lavoro in quei campi che d'autunno sudano nebbia e puzzano di stufato d'asino. Nelle sale che un gentilissimo Lele Battista ci prestò per lavorarci a inizio estate con Raffaele Stefani. Lì presero vita le prime tre canzoni, i nostri cronici entusiasmi, le nostre incertezze. E Raffa ci mise come sempre a disposizione un grande cuore e un grande cervello.
Era Giugno e si pranzava ai tavolini di un tennis club sempre semi deserto, animato solo dalle minigonne di una bionda e procace proprietaria felliniana, che probabilmente di Fellini ha fin qui fatto volentieri a meno ma che si ridestava tutti i giorni all'una spaccata, infervorata da quel manipolo di giovanotti bianchicci e trafelati a cui sembrava che ogni giorno la mini si facesse piu' corta e invece erano solo, come sempre, piccoli colpi di sole.
Si finirebbe, come di fatto si è finiti, a Baggio, là dove Paolo Perego - che nel frattempo è diventato una colonna della band - e Francesco Campanozzi ci hanno aperto le porte di un bellissimo studio con un bruttissimo nome, Casa Medusa, un locus amenus che sta a pochi passi dallo Zoe e dalla sua fauna di teneri zarroni, ed ad altrettanti pochi passi da un'agenzia di scommesse ippiche. Baggio oltre ad ospitare un temutissimo ospedale militare è un ex villaggio di origine medievale, in cui Petrarca consumava la villeggiatura estiva, gli azulejos sui muri portano un po' di Lisbona a Milano, e frotte di cinesi, maghrebini, ticinesi (il ticinese esiste, lo giuriamo!) e cadaveri ambulanti si ritrovano ad ogni ora, inseguendo chissà cosa, forse sé stessi, forse qualcosa di molto meno importante.
Quello che è successo lo dobbiamo in qualche modo ancora sviluppare, ora siamo in una grande camera oscura. Ma dove un tempo c'erano sorrisi di circostanza, pacche sulle spalle e rendiconti oggi ci sono bottiglie di birra vuote, soprannomi, litigate, qualche pranzo scroccato, ore di divertimento puro ed altre a farsi fumare le orecchie per trovare il riverbero giusto. Ore ad ascoltare quei dieci, dodici dischi che ha pur sempre senso definire fondamentali, a provare combinazioni di chitarre, amplificatori e pedalini. Il primo disco in cui canto rendendomi vagamente conto di cosa significhi cantare e non semplicemente mettere una piccola parte di me al servizio di qualcuno che stimo, il primo in cui ho avuto il tempo di osservare e di imparare cosa sia realmente una produzione, e in cui si è per l'ennesima volta toccato con mano quanto bello sia fregarsene delle urgenze, dei periodi, del 2.0… ed accettare che un disco debba avere una sua gestazione, uno svolgimento in cui molto è istintuale ma moltissimo è anche frutto di mestiere e disciplina, perché anche le macchine hanno un carattere, come i gatti, e se assecondate a volte funzionano.
Tutta questa tiritera per dire, finalmente, che è il disco di una band che non esisteva e adesso esiste.
A questo punto basterebbe aggiungere, o forse andava premesso, che poter scrivere, registrare ed inscenare la propria musica oggi è di per sé un privilegio, ed è per questo che prima di pensare a qualsiasi cosa si è pensato ai perché. Al perché, nel caso in cui ce ne fosse uno, si dovesse fare un disco. Un altro.
Come spesso accade si è cominciato guardandosi dentro, e le risposte, come altrettanto spesso accade, non sono state sufficienti. C'era e c'è l'amore, quella insondabile eventualità che due anni or sono ci aveva regalato un pretesto, seppure greve, per cominciare. Ma guardando un po' piu' in là c'era qualcosa di estremamente dinamico e denso, davanti a noi e attorno a noi, ed erano vite in cui si sogna, si scappa di casa, si devono delle risposte ai bambini, ci si perde, ci si innamora. C'erano cose che – a trent'anni suonati e di mestiere cantautori - si ha il dovere di mettere sul tavolo.
C'erano tante persone, la cui mancanza di idealismo, di ideologia, unita all'abiura di ogni responsabilità esalta il qualunquismo e manda al potere i disgraziati. C'era…c'è….un paese di cui, a mio modesto avviso, chi scrive canzoni non può non curarsi, a cui non può non parlare, e tutto ciò non è politicizzare la propria arte, appesantendola di chissà quali finalità, ma dichiararsi vivi.
Sussurrarlo e se serve urlarlo, come fecero certi poeti musicali e certi urlatori delle band hardcore e tanti altri. Dichiararsi vivi, e magari anche un po' straniti, in un mondo in cui non a tutti basta piu' la coperta di Linus… in cui la foto di Pertini che gioca a carte con Zoff non è infine riuscita a scacciare gli incubi dell'abbruttimento…. in cui ci sono ancora tanti modi –grazie a dio- di dire vaffanculo.
C'era e c'è una generazione che comprende molti degli artisti che in questi mesi ed anni abbiamo visto crescere o finalmente emergere, quella dei nati fra il '60 e l'80. Molti hanno continuato a credere ai sogni e agli incubi. Tanti, forse troppi, hanno deciso che la vita non debba comprendere piu' nulla di sacrale. Persone a cui, come è toccato a noi, capitò di essere figli delle prime madri che presero la pillola per non averli e che dovettero andare a lavorare per mantenerli.
E poi ci sono quelli che piano piano sono scomparsi dall'immaginario collettivo e pochissimo fanno per rientrarvi. Persone in cui, a un certo punto, si è rotto qualcosa. Una speranza, una scommessa, un'ingenua idea di evasione. Quelli che, nemmeno tanto pacificamente, si sono rotti i coglioni. Alcuni ne hanno tratto delle conclusioni, altri un mitra da tenere sotto il letto. E' di loro, e a loro, che questo disco parla, prima ancora di suonare la prima nota.
E' bastato fermarsi a pensare agli ultimi cinque anni delle nostre vite per realizzare quanto, pur involontariamente, questi personaggi -che sono tutti reali e quasi tutti viventi- ci avessero rivelato a che punto sia la società in cui viviamo, suggerendoci attraverso le loro vite di …mettere in giro la voce. Visto fra parentesi che un tempo occuparsi della razza umana spettava -anche- ai cantautori. Un mucchio di persone stranissime in cui abbiamo riconosciuto amici, nemici, teste di cazzo, potenziali amanti e naturalmente, un po' a malincuore, anche noi stessi.
E' bastato – chi l'avrebbe mai detto !- ricordarsi di quanto sia sano e bello 'sdrammatizzare'. Farne la parola d'ordine, prendere le paturnie, i personaggi, i significati reconditi…tutte queste cose una per una e cercare di 'rispondere a tono', mettendosi all'altezza di quei bambini che alcuni di noi nel frattempo han messo al mondo, e di quegli altri che –sarà un caso ?– scorrazzano dietro alla loro vita coloratissima nell'asilo infantile che sta sopra il nostro studio a Baggio. E' bastato far leggere a Giorgia, che di anni ne ha solo cinque, la brevissima poesia di Sandro Penna con cui volevamo chiudere il disco ma che nessun capiva come leggere, come intonare. E' bastato farla leggere a lei, e tutta l'amarezza che contiene è diventata qualcosa di meno opprimente o forse semplicemente di piu' vero.
Infine, generalmente a notte inoltrata, è bastato uscire dallo studio e riprendere contatto con una realtà che, anche se infinitamente diversa da come la vorremmo, a volte è ugualmente bellissima.

sabato 12 dicembre 2009
martedì 17 novembre 2009
One pose per second
...intanto sono stato a Lisbona, e un pomeriggio mi sono ritrovato in una delle enormi sale del Museu Colecção Berardo e uno schermo gigante mandava il viso di Amalia Rodrigues che cantava, in italiano, 'Canzone per te' di Sergio Endrigo e mi sono sentito fieramente italiano al cospetto di quelle parole, fra le piu' belle mai prestate a una canzone.
Note drammatiche e seducenti risuonavano ovunque lungo gli ampi corridoi del museo, rendendo l'atmosfera vibrante.
C'è un senso di malinconia inebriante, mefitica, che ha il colore del sole e della salgemma, che va cercato in quei luoghi, come il Portogallo o il Brasile, che sanno di eterna partenza e quasi mai di ritorno. Per tutto ciò c'è un termine, 'saudade', che percorre una lunga spina dorsale, le cui vertebre si chiamano Jobim, Vinicius de Moraes, Amalia Rodrigues, Nara Leao e si sentono negli echi esotici degli arrangiamenti di Benjamin Biolay.
A fianco a me c'era una comitiva di settantenni intrippatissimi per un'installazione di Joana Vasconcelos, ed era tangibile l'enstusiasmo dei nonnini al cospetto di modi così stravaganti di celebrare lo sguardo della loro prima diva nazionale. Nell'anniversario della sua scomparsa la mostra celebra magnificamente la vita e l'opera di Amalia, all'interno di uno dei piu' importanti e meglio concepiti spazi per l'arte contemporanea in Europa.
Se avete due giorni prenotate un volo per Lisbona, la piu' bella fra le cenerentole d' Europa, e andate a questa mostra.
Capirete quanto una nazione possa donare gratitudine e amore alla memoria di un'artista, utilizzando un linguaggio colto e popolare al contempo. Ovviamente l'accesso è semplice e gratuito, nonostante per la sola fornitura elettrica del Museu si spenda quanto il comune di Milano stanzia in un anno per rendere piu' accessibile la cultura in città.
Al piano superiore dell'enorme centro espositivo trovate un altro allestimento, anch'esso ricchissimo, volto a celebrare il rapporto fra spazio e tempo nell'arte degli ultimi cento anni: partendo da Marinetti si passa per il Bauhaus e Richter. Alla fine arriverete in una sala con tanti televisori posati a terra e delle cuffie. Non state sognando: sono video musicali. Ci troviamo in una nazione solare e mediterranea, come noi appassionata di football, cibo e religione, ma qui vedrete sigonore over settantenni battere il piedino rapite dai movimenti di Miranda July in 'Top ranking' dei Blonde Redhead o stupirsi di fronte al caleidoscopio di 'Rest my chemistry' degli Interpol. E non le vedrete uscire fino a che i video non sono terminati (ci sono anche Aphex Twin e Air).
All'inizio sorriderete compiaciuti, poi vi ricorderete della patria che vi attende, con i suoi titoloni allarmistici sull'epidemia e gli articoli del Corriere su Laura Scimone e piano piano il sorriso svanirà. La mostra in questione si chiama 'Quick, quick, slow' ed anch'essa, ovviamente, è gratuita.
La sera stessa ho mangiato a pochi euri in uno splendido antro del fado tradizionale nel cuore dell'Alfama, dove una ispiratissima Tina Santos, ottant'anni e non sentirli, mi ha raccontato dei giorni piu' belli di Amalia e della altre dive fadiste che per cautelarsi aprirono ristoranti a cui diedero il proprio nome; cenacoli di amore e malinconia in cui risuonavano le migliori voci del Portogallo. Tina, ancora oggi dotata di una voce dalla femminilità commovente, ha girato il mondo in concerto e sotto le luci fioche della parreirinha che condivide con la grande Argentina Santos non fatica a comprendere le piccole grandi amarezze di un turista italiano.
...intanto è uscito il secondo disco di Giuliano, buon ascolto e visione, visto che è in tour.
...intanto è morta Alda Merini, che per il sopraggiunto decesso non potrà piu' donarci una lirica fra le migliori del novecento ma nemmeno fomentare la passione per uno degli sport intramontabili di questo paese: il pellegrinaggio. Da alcuni anni io e la Merini abitavamo a pochi passi di distanza, ma non ho mai - per pudore e buon vicinato - preso in considerazione l'ipotesi di 'andarla a vedere' per poi ritrovarmi la sera con gli amici dell'arci a magnificare 'quanto poetico fosse lo sporco sotto le unghie di Alda', 'quanto crepuscolari le macchie di olio sul fornellino a gas di Alda', 'quanto pasoliniano l'unto dei capelli ingrigiti di Alda'. Anni di lavoro negli ospizi mi hanno insegnato che agli anziani acciaccati e stanchi le visite affettuose fanno sì un immenso piacere ma perdono di ogni significato, oltre a causare loro evitabili rotture coglioni, quando diventano presenzialisticamente frequenti e turbano la sacrosanta quiete in cui una poetessa, così come una persona qualunque, merita di prepararsi a morire.
Quiete che non verrà grazie al cielo piu' turbata neppure dalle farse a cui la Merini, per una punta di senile ingenuità e femminile narcisismo di artista, si concedeva accettando agghiaccianti ospitate alla corte di guappi del calibro di Chiambretti o Vincenzo Mollica. Malandrini della peggior specie, bellamente strafottenti circa il crescente italico disinteresse per la lettura, che la trattavano - se andava bene - come una rincoglionita e per completare l'opera le piazzavano vicino Malgioglio o il vincitore del Grande Fratello.
...intanto è morto anche Lévi-Strauss, che nelle interviste agli artisti impegnati sarà sempre molto meno citato di Lyotard o Baudrillard o Artaud o McLuhan o Schifano o Sarcazzo, ma sul tema 'chi siamo e da dove veniamo' ci ha detto molto ma molto di piu'. 'Tristi tropici' sarebbe un titolo stupendo per una canzone esotica e malinconica.
...intanto abbiamo finito di registrare il disco nuovo. Tutto quanto lo riguarda sta prendendo una forma che presto condivideremo con chi desidera ascoltare un altra manciata di canzoni degli Amor Fou. Come sempre confidando nella passione e nella pazienza di chi vorrà continuare a seguirci.
